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PATTI – Emergenza covid-19. La Chiesa è rimasta l’unica istituzione “limitata”… e se proponesse ricorso al Tar ?

PATTI – Emergenza covid-19. La Chiesa è rimasta l’unica istituzione “limitata”… e se proponesse ricorso al Tar ?
Agosto 19
17:31 2020

E se anche la Chiesa proponesse ricorso al Tar ? La mia, ovviamente, è una semplice, irrealizzabile provocazione, che, però, scaturisce dalla constatazione che è rimasta, di fatto, l’unica istituzione “limitata”.

Abbiamo provato a riprendere la “vita normale” dal 4 maggio in poi, siamo di nuovo in ansia perché i “numeri” sono preoccupanti (anche se, purtroppo, non per tutti, considerato ciò che si continua a….vedere in giro, nonostante l’età media del contagio si sia sensibilmente abbassata), abbiamo assistito alla riapertura delle discoteche e alla loro recente chiusura, abbiamo appreso che i gestori hanno intentato ricorso al Tar, respinto, affinchè potessero essere nuovamente aperte e proporranno un class action per i danni.

In Italia assistiamo ormai a tutto e al contrario di tutto, ci sono delle regole – e lo abbiamo ribadito tantissime volte, attirandoci, magari, parecchie ire – ma non vengono unitariamente rispettate; quotidianamente ascoltiamo notizie e “contro notizie”, tanti invece di mettere la mascherina al suo posto la tengono al braccio, tutti ci sentiamo virologi, immunologi, primari, luminari, politici, imprenditori; tutti, guarda caso, faremmo diversamente da come ci viene chiesto di fare (spesso esattamente il contrario), tanti persistono nella convinzione che le notizie sul covd-19 siano semplice “terrorismo”.

In tutto questo si inserisce la Chiesa, dove, ancora, non è garantita a tutti la possibilità di partecipare alle celebrazioni, considerato che, di fatto, le restrizioni non sono venute mai meno.

Prima si è dovuto far ricorso, durante il lockdown, ai mezzi tecnologici per far “arrivare” la messa nelle case; poi, dal 18 maggio, è stato permesso di celebrare nuovamente in chiesa ma con una serie di procedure che fanno pensare che per alcuni proprio il sacro edificio possa essere il principale focolaio per la diffusione della pandemia.

Non è stato possibile celebrare Prime Comunioni, Cresime, Matrimoni; si sono celebrati funerali con un numero limitatissimo di presenti, di fatto esclusivamente parenti, con elenco degli “invitati” consegnato precedentemente per i dovuti controlli all’ingresso.

Credo sia incontrovertibile che scuola e Chiesa siano state le due istituzioni più colpite, sicuramente le più “chiuse” (nel senso letterale del termine), quasi che si siano prese di mira due delle principali “agenzie educative”.

Ancora oggi in chiesa si può accedere in numero limitato alle celebrazioni, in base ai posti, appositamente segnalati, che è stato possibile “recuperare”, con tanto di mascherina, distanziamento fisico, sanificazione continua. In questo periodo di gran caldo, pertanto, partecipare alla messa diventa un’autentica “impresa”.

Luglio e agosto sono, notoriamente, i mesi dedicati a tantissime feste di paese, che, giocoforza, quest’anno sono tutte “saltate”. Ci si infetta di più durante una processione, dove, in genere, i fedeli si dispongono in fila, oppure ammassati in spiaggia, in discoteca, nei locali ? Ci si infetta di più durante la celebrazione della messa oppure ammassandosi su un lungomare ? Lascio a voi la risposta, sperando che sia libera e non minata da preconcetti di base.

Qualcuno potrebbe obiettare che la fede è un “fatto personale”; anche, ma è prima di tutto un dono da condividere (non può valere il detto “Cu voli a Diu su preia”), soprattutto in una fase come questa in cui stiamo tornando ad essere diffidenti l’uno degli altri e ci stiamo nuovamente ripiegando su noi stessi. Condivisione che potrebbe aiutarci a  recuperare il senso di comunità e di appartenenza, che ci fa capire che se ci vengono richieste “determinate cose” è proprio perché non esisto solo io e da un mio comportamento sbagliato e superficiale possono scaturire conseguenze per tutti.

Forse i cristiani abbiamo accettato troppo supinamente le restrizioni sulla vita ecclesiale; non che si dovessero inscenare rivolte di piazza, ma ho l’impressione che abbiamo accettato, e continuiamo ad accettare – lo ribadisco – troppo supinamente. E sto parlando dei cristiani, non del Papa, non della Conferenza Episcopale Italiana: dei cristiani. “Alzare un po’ la voce”, nel dialogo e nella carità, a mio avviso non sarebbe sbagliato. Quantomeno per evitare che la compressione dei diritti, mai sperimentata come da alcuni mesi a questa parte, non intacchi la libertà religiosa, che può essere limitata solo per un determinato periodo in nome del bilanciamento fra il diritto alla salute (art.32 della Costituzione) e il diritto alla libertà religiosa (art.19). Va, in definitiva, evitato che si arrivi a quella che molti definiscono la “fede interdetta”.

Come sottolineato da Giuseppe Tanzella-Nitti, in suo articolo su “Scienza e fede al tempo del coronavirus”, “l’avanzare della pandemia rischia di mettere in crisi il rapporto fra uomo e Dio. Il coronavirus, come le epidemie del passato, i terremoti o gli tsunami, suscita l’interrogativo sul senso del male fisico, quello non causato dalla cattiveria del malvagio, ma dai processi della natura, di cui siamo parte. Non essendovi un nemico da disarmare, è Dio che finisce presto sul banco degli imputati”.

Quanto durerà ancora tale situazione non è dato saperlo, perché da tempo, ormai, è calato il silenzio. Si è discusso sulle attività commerciali, sulle strutture ricettive, sulle industrie, sulla scuola, sulle discoteche, sulle palestre, sui cinema e sui teatri, sugli stadi, sulle crociere, sui migranti; si è parlato tanto di bonus, incentivi, sostegni vari; silenzio assoluto sulla Chiesa! Vuoi vedere che non essendoci interessi economici, non….interessa a nessuno ? 

E’ una semplice mia provocazione, senza pretesa di assoluto. L’Assoluto è “Altro” che abbiamo cercato nei mesi più difficili, quando l’indice della preghiera è cresciuto sensibilmente. Ora stiamo provando ad “imbavagliarlo” di nuovo, perché c’è altro a cui pensare, non “ci serve più” riferirci a Lui. 

Abbiamo vissuto davanti ad un monitor le celebrazioni della Settimana Santa e di buona parte del Tempo di Pasqua; speriamo solo che la storia non si ripeta per l’Avvento e Natale. 

Altrimenti, davvero sarebbe il caso di ricorrere al Tar !

Nicola Arrigo

 
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